LE VERE RESPONSABILITA’ IN TEMPO DI CORONAVIRUS

28 · 4 · 20

Emergenza sanitaria, civile e sociale connessa al Covid 19 sta portando a nuove figure del responsabilità civile rivolte sia al mondo del lavoro che a quello più genericamente sociale, collettivo ed anche individuale.

Il famoso principio latino “neminem laedere” di cui all’art 2043 c.c. e principio di solidarietà di cui art. 2 Cost. rappresentano, oggi più che mai, concetti e risorse imprescindibili per una società davvero “civile”.

Il tema delle limitazioni, di cui oggi tanto si parla, per mitigare le conseguenze del virus non può non essere affrontato considerando che il danno legato alle patologie ed alla loro trasmissione ha una stretta connessione con la responsabilità civile in capo a tutta la società, sia essa scientifica che semplicemente cittadina.

Ciò significa che nessuno può essere esonerato da detta responsabilità in quanto la casistica di questo terribile virus dimostra concretamente che ogni singola condotta può determinare un danno irreparabile all’intero tessuto sociale.

E’ per questo che oggi, affinché le nostre azoni future siano rispondenti alle norme, è necessario che tutte le Istituzioni si facciano carico di una importante funzione d’informazione e di responsabilizzazione, nel rispetto della Costituzione, sollecitando gli studiosi a rivedere le categorie fondamentali della responsabilità civile e penale.

Si tratta di un processo già iniziato negli anni 50’, quando la nostra Carta costituzionale si rapportò con il Codice Civile, facendo in modo che si consolidassero “pilastri di diritto”, strutturati secondo principi di responsabilità civile, basati su criteri collettivi, secondo cui l’interesse altrui trova diretto sostegno e conforto negli artt. 2 e 41 Cost., laddove, a riprova che il Codice Civile italiano sia un “prodotto altissimo” della legislazione europea, già esso costituiva un notevole progresso rispetto alla codificazione precedente, dando spazio ai principi di solidarietà, che tante volte era stato ignorato dalle Istituzioni.

L’art. 2 della Cost. richiede l’adempimento dei doveri inderogabili della solidarietà politica, economica e sociale, oltreché l’introduzione della responsabilità civile nell’alveo di quella più ampia garanzia costituita dalla tutela verso qualsiasi ingiusto danno, di cui si dice nel citato art. 2043 c.c.

Si tratta, dunque, di una solidarietà concreta, fatta di responsabilità civile e di altrettanta responsabilità penale, in caso di danno ingiusto alla persona. In tale ottica oggi il Coronavirus rappresenta un importante banco di prova per le nostre Istituzioni, oltreché per la nostra sensibilità sociale, civile e collettiva riguardo ad un problema ormai pandemico. Esso non attiene solo alla “salute pubblica”, ma investe tutta la nostra società, compresa la nostra economia che, per troppo tempo, ha ignorato o quantomeno sottovalutato il problema della tutela sociale, in nome di una sfrenata ricerca di profitto.

Il principio solidaristico, unito al fondamento della responsabilità civile, sposta l’attenzione verso l’autore del danno: la vittima (nella specie rappresentata dalla collettività infetta dal virus) viene distinta da coloro che cagionano il danno (nella specie costituita da tutti quelli che ignorano, più o meno volutamente, le regole di condotta contro la diffusione del virus).

La civiltà giuridica, quella sociale e quella più genericamente omnicomprensiva, costituita da tutta la cittadinanza, sia attiva che passiva, di fronte al Covit 19, si trova in una inevitabile e dolorosa situazione di disaggio, poiché ognuno ha, rispetto all’enorme quantità d’informazione che quotidianamente maneggia, non già il problema di reperire tali informazioni, ma quello, di distinguere le informazioni vere da quelle false e di regolare, di conseguenza, il proprio comportamento.

Chi oggi non è in grado, giorno per giorno (anzi ora per ora), di gestire e capire le informazioni necessarie su cosa poter fare e non fare, su quali media attingere le informazioni e su quali strumenti selezionare le norme e le regole di riferimento, non può invocare la sua ignoranza a giustificazione ed attenuazione della sua responsabilità civile e penale.

Ormai dobbiamo ritenere il Coronavirus una vicenda internazionale, soprattutto a livello di coscienze e di collettiva consapevolezza, nell’interesse comune, non più rilevante ai soli fini sanitari, ma riguardante i molteplici assetti economici, sociali e mondiali connessi al problema.

La Comunità europea gli Organi internazionali non hanno certo brillato al fianco dei Paesi più colpiti dal virus, come Italia: lo dimostrano i forti tagli alla sanità pubblica avallati dalla stessa Comunità europea, o anche il problema, assai recente, collegato dalla gestione delle immigrazioni clandestine, mai realmente arginate dalle Istituzioni internazionali.

L’emergenza sanitaria ha imposto una drastica e velocissima revisione dei modelli comportamentali, rispetto a situazioni di ospedalizzazione immediata, dovuta al contagio e alla presenza di sintomi, anche lievi, da parte di un gran numero di persone.

Questo tipo di urgenza sanitaria si è andata a sommare con quella alimentare, per le classi meno agiate, quella farmaceutica e (non ultima) quella sociale, connessa a tutta una serie di disaggi psichici legati alla situazione di isolamento sociale.

Ciò anche, come tanto piace dire attualmente, al “distanziamento sociale” di cui oggi si parla, soprattutto quando la politica intende giustificare i sacrifici economici connessi alla necessità di arginare la pandemia.

In quest’ottica, le norme costituzionali che abbiamo sopra richiamato, insieme a quelle civili e politiche, espresse nei Decreti ministeriali che oggi (quasi quotidianamente) vediamo nascere come funghi, rappresentano solo un’apparente solidarietà sociale, che ha poco di spontaneo e molto di “politico”. Quindi non può essere considerato un patrimonio collettivo.

E’ questa la ragione per cui tutte le Istituzioni, ivi comprese quelle facenti capo al volontariato, si trovano oggi disorientate e confuse, prive di una indispensabile unitarietà logistica ed organizzativa, oltreché normativa.

Manca, poi, una cultura al “bene sociale”, che veda lo Stato come uno strumento unitario di centralità d’intenti: ogni Regione vuole fare da sola ed osservare regole di condotta più o meno confacenti alla propria volontà di primeggiare, rispetto ad un tessuto economico e sociale già abbondantemente provato dal “virus del far da se”.

In questo stato di cose, il Coronavirus rappresenta solo un’occasione identificativa e scatenante, espressione di tutte le mancanze, fragilità istituzionali, incapacità individuali che oggi il nostro Paese non può più ignorare, se vuole davvero sconfiggere il virus e non solo.

Nel far ciò deve combattere e superare le fragilità economiche e sociali divenute (come il Coronavirus) ormai pandemiche.

Mancava solo generare fragilità economica, bloccando il tessuto produttivo del nostro martoriato Paese per giustificare l’incapacità politica e sociale di gestione del nostro assetto imprenditoriale.

In questo senso la Suprema Corte ha chiaramente espresso il suo disappunto nella ormai famosa pronuncia n. 500/99 in cui, riguardo all’una consolidata situazione di inerzia da parte dello Stato nei confronti di una Società che reclamava il ritardo di liquidazione delle spese pubbliche in suo favore, affermava, senza giri di parole, che “lo Stato rimane consapevole e responsabile delle proprie azioni quando agisce in spregio dei propri doveri di solidarietà sociale ed economica, soprattutto in casi di emergenza e disagio, allorquando le norme ed i regolamenti emessi vengano sistematicamente ignorati, o comunque non applicati in ragione di una presunta impossibilità ad adempiere legata alle contingenze momentanee. In ogni caso lo Stato perde la sua funzione sociale di garanzia egalitaria quando dimentica la preminenza dell’interesse collettivo rispetto a quello individuale, politico o istituzionale che sia”.

Come abbiamo visto, dunque, già nel 1999, la Suprema Corte aveva “sanzionato” lo Stato, accusandolo di “indifferenza ed incapacità gestionale”.

Questa pandemia si è radicata oggi, fino a investire tutti gli Organi istituzionali, contagiando anche una parte rilevante dei nostri rappresentanti politici. Spetta alla legge recuperare la doverosa responsabilità civile e penale di cui abbiamo sempre più bisogno.

Allora il danno meno dannoso è quello del rispetto forzato delle regole per evitare la diffusione del Coronavirus. Quello, invece, più deleterio e subdolo è rappresentato dalla indifferenza manifestata da gran parte della collettività cosiddetta “civile” verso tutte quelle attività produttive che oggi rimangono chiuse. Prive di sostegno economico concreto ed urgente, in nome di una “salute collettiva” che oggi ci appare davvero sfinita e senza prospettive future.

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