Coronavirus: bloccato il licenziamento per crisi aziendale

 

Il Coronavirus ha tra le sue conseguenze anche il blocco del licenziamento per crisi aziendale, blocco inserito già nel primo Decreto Legge di Marzo ed esteso fino ad agosto con l’ultimo Decreto Rilancio di maggio. Cosa si intende per licenziamento per crisi aziendale e cosa comporta il suo blocco? Scopriamolo insieme.

 

Licenziamento per crisi aziendale: cos’è

Il licenziamento per crisi aziendale, chiamato anche “licenziamento per motivazione economica”, è, lo dicono le parole stesse, una delle possibili conseguenze del perpetuarsi di uno stato di crisi aziendale. Sappiamo infatti che per crisi aziendale si intende generalmente quel periodo più o meno lungo della vita di un’impresa in cui le condizioni di operatività della stessa vengono meno a causa di specifici e decisamente rilevanti elementi di difficoltà; un momento di difficoltà dell’azienda di tale entità da poter comprometterne l’esistenza (in gergo “business continuity”). Le cause, come sappiamo, possono essere di tipo interno o esterno e di natura economica o finanziaria, ma comunque il risultato non cambia, quando ci si trova in uno stato di crisi è in gioco il futuro e la vita dell’azienda ed una delle conseguenze a cui spesso i titolari di azienda ricorrono è proprio il cosiddetto “licenziamento per motivazione economica”.

Chiamato anche “licenziamento per giustificato motivo oggettivo (gmo)”, il licenziamento per crisi aziendale altro non è che l’atto unilaterale attraverso cui il titolare d’azienda interrompe il rapporto di lavoro con il dipendente ( senza il consenso dello stesso) per motivi che riguardo la riorganizzazione dell’azienda stessa piuttosto che il comportamento del dipendente in sé. A differenza del classico licenziamento disciplinare infatti, in questo caso il dipendente perde il posto di lavoro per ragioni che prescindono dal suo comportamento lavorativo e che sono dovute, invece, a scelte di tipo puramente imprenditoriale, strategico ed organizzativo; ragioni oggettive e legittime che avvallino la necessità di una riduzione del personale. 

Proprio perché alla base di questo tipo di licenziamento ci sono (e ci devono essere) ragioni giustificate ed oggettive, allo stesso modo non è prevista la contestazione da parte del dipendente della scelta effettuata dal datore di lavoro. Questo, ovviamente, a meno che non venga fuori che, dopo il licenziamento, il datore di lavoro abbia assunto un’altra persona con funzione totalmente analoga a quella del dipendente licenziato. In questo caso il licenziato può contestare all’imprenditore il fatto di non averlo riallocato all’interno della nuova distribuzione del personale aziendale.

 

Il licenziamento per crisi aziendale in tempo di Coronavirus

Quanto espresso finora altro non è che la letteratura tradizionale in materia di licenziamento per ragione economica (o crisi aziendale come lo si voglia chiamare). Il Coronavirus e la crisi economica che ha generato hanno però cambiato le carte in tavola su molti aspetti, tra cui anche questo. Il governo italiano infatti ha dichiarato fin dall’inizio dell’emergenza l’impossibilità di ricorrere a questo tipo di licenziamento istituendo col primo Decreto Legge di Marzo un blocco allo stesso utilizzo che poi è stato prolungato fino ad agosto con l’ultimo Decreto Rilancio. 

La scelta di bloccare i licenziamenti rappresenta una misura decisamente drastica che nella storia del nostro Paese è stata presa solo un’altra volta prima del Covid19, alla fine della seconda guerra mondiale. Anche se la motivazione fu opposta (ai tempi si voleva che la gente tornasse a lavorare mentre negli scorsi mesi la necessità era appunto che nessuno vi andasse), la scelta governativa è stata la stessa. E il motivo è semplice, la pandemia da Covid ha innescato una crisi finanziaria senza precedenti, crisi che avrebbe chiaramente spinto milioni di imprenditori a sfruttare il licenziamento per motivazione economica per cercare di ridurre notevolmente l’uscita di cassa e destinare le poche risorse finanziarie rimaste alla ristrutturazione aziendale. Il congelamento dei rapporti di lavoro in corso è stata quindi una scelta necessaria per evitare di aumentare drasticamente il livello di disoccupazione nazionale. Ovviamente accanto a tale decisione sono stati inseriti svariati ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione, così da permettere da un lato ai dipendenti di ricevere i soldi per la copertura delle spese necessarie alla vita, e dall’altro, agli imprenditori di sfruttare quelle poche risorse economiche rimastegli in possesso per riprendere l’attività operativa e portare avanti gli ormai già inevitabili piani di ristrutturazione necessari.

 

 

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